LA VOCE MI RACCONTA CHI SONO
Aggiornamento: 6 set

La voce è sempre stata una delle presenze più importanti della mia vita.
Forse la più fedele.
Quando studiavo in Conservatorio, la mia insegnante era Cecilia Fusco, grande soprano che aveva cantato anche al Teatro alla Scala di Milano. Naturalmente mi insegnava, come si fa con tutti gli allievi cantanti, a preparare la voce con i vocalizzi prima di affrontare esercizi, arie, agilità, virtuosismi.
I vocalizzi hanno una loro funzione, questo è certo.
Ma io, devo confessarlo, non li ho mai amati.
Così, a un certo punto, feci una specie di patto mentale con la mia voce, e le dissi: tu sarai sempre pronta, senza i vocalizzi.
Non so spiegare bene cosa accadde dentro di me quando presi quella decisione. So soltanto che, da allora, ho sempre vissuto la mia voce così.
Se ho voglia di cantare, canto.
Se ho un concerto, la voce c’è.
Pronta.
Per me questo è sempre stato uno dei grandi doni che la Vita mi ha fatto.
Ma negli anni ho scoperto qualcosa di ancora più prezioso.
Ho capito che la mia voce non mi raccontava soltanto come stavo cantando.
Mi raccontava come stavo io.
A volte posso pensare di essere tranquilla. Posso continuare la giornata, lavorare, parlare, fare tutto ciò che devo fare.
Poi apro bocca e mi ascolto.
E sento.
Una tonalità leggermente diversa. Una limpidezza che quel giorno non c’è. Una piccola opacità. Una raucedine insolita. Una tensione. Un colore che conosco.. oppure uno nuovo.
E allora capisco che, da qualche parte dentro di me, qualcosa sta accadendo.
Magari la mia mente non se n’era ancora accorta.
La voce sì.
Perché ho imparato una cosa che considero fondamentale:
LA VOCE NON MENTE MAI.
Può essere educata.
Può essere controllata.
Può imparare una tecnica.
Può persino cercare di nascondersi.
Ma da qualche parte, nel suono, continuerà a raccontare qualcosa.
Negli anni questa osservazione è diventata così importante per me da trasformarsi in una frase che rappresenta profondamente il mio lavoro:
La voce è il manifesto sonoro di ciò che ci permettiamo di essere.
Non soltanto di ciò che siamo.
Di ciò che ci permettiamo di essere.
E questa piccola differenza, per me, contiene un mondo.
Poi il canto ha cominciato a significare qualcosa di diverso
Per molti anni avevo studiato canto come si studia un’arte.
Bellezza del suono. Tecnica.Interpretazione. Espressività. Virtuosismo.
Poi, dopo alcuni concerti, cominciarono ad accadere delle cose.
Qualcuno veniva da me e, oltre ai complimenti che normalmente si fanno a un cantante, diceva:
“Sono stato bene ascoltandoti.”
E quella frase mi arrivava in modo completamente diverso. Mi arrivava al cuore.
Non era più: hai cantato bene.
Era: quello che hai fatto mi ha fatto stare bene.
E io sentivo una gioia profondissima.
A poco a poco è nato dentro di me un desiderio molto preciso: che la mia voce potesse portare non soltanto bellezza sonora, ma anche qualcosa che facesse bene.
Gioia.
Pace.
Energia.
Un momento di respiro.
Qualcosa che magari non si può nemmeno spiegare tanto bene, ma che si sente.
Da quel momento ho cominciato ad osservare il canto con occhi diversi e a volerne sapere di più. A volere andare "OLTRE".
Ho cominciato ad ascoltare in questo modo anche le voci degli altri
E più ascoltavo, più mi accorgevo che ogni voce raccontava una storia.
Raccontava gioie.
Stanchezze.
Desideri.
Paure.
Solitudini.
Entusiasmi.
Sogni chiusi da troppo tempo in qualche cassetto.
Mi sono accorta che spesso una persona mi diceva una cosa con le parole e, nello stesso momento, la sua voce me ne raccontava un’altra.
Da anni, infatti, io leggo le voci.
Non nel senso di giudicarle.
Al contrario.
Le ascolto.
Le accolgo.
Ascolto il colore, il ritmo, l’appoggio, le tensioni, le pause, la respirazione, le aperture, le chiusure.
Per me la voce è diventata nel tempo una specie di microcosmo: una piccola parte capace di raccontare molto dell’intero essere umano.
Ed è una delle cose che continua ad affascinarmi di più.
E poi ci sono le parole
Anche qui, con il tempo e l'esperienza, ho iniziato a osservare qualcosa.
Le persone parlano continuamente.
Raccontano se stesse.
Raccontano ciò che pensano sia possibile.
Ciò che credono di meritare.
Ciò che temono.
Ciò che si aspettano.
E spesso ripetono le stesse frasi giorno dopo giorno.
Mi sono chiesta molte volte quanto siamo consapevoli delle parole che scegliamo per raccontare la nostra vita.
Perché le parole non sono neutre.
Prima ancora di discutere di ciò che possono o non possono “creare”, fanno certamente una cosa molto concreta: costruiscono il modo in cui continuiamo a raccontarci la realtà.
E se una frase viene ripetuta abbastanza a lungo, finiamo anche per abitarla.
Questo è un altro dei misteri della voce e della parola che vorrei esplorare in CON BRIO!.
Perché nasce CON BRIO!
Non perché sentissi il bisogno di avere semplicemente un altro spazio sul web.
Ne esistono già abbastanza da riempire parecchie vite. 😄
Nasce perché ho raccolto negli anni una quantità enorme di esperienze, intuizioni, domande, scoperte, episodi e piccoli “misteri” legati alla voce e al canto.
E desidero condividerli.
Vorrei raccontare cosa ho imparato cantando.
Cosa ho imparato insegnando.
Cosa continuo a imparare ascoltando le persone.
Vorrei parlare della voce in modo vivo, comprensibile, curioso.
E soprattutto vorrei ricordare che esistono piccole cose che possiamo fare attraverso la nostra voce per migliorare la qualità della nostra vita.
Perché io credo profondamente che la voce sia uno degli strumenti preziosi attraverso i quali possiamo trasformare qualcosa.
Dentro di noi.
Tra noi e gli altri.
E, forse, un pezzetto alla volta, anche nel mondo.
Non posso sapere cosa troverà ciascuno entrando in questo spazio.
E non vorrei nemmeno deciderlo io.
Ma se un giorno qualcuno mi dicesse:
“Leggere CON BRIO! mi ha fatto bene”
credo che proverei la stessa gioia che ho sentito tante volte alla fine di un concerto.
Perché significherebbe che, da qualche parte, si è acceso qualcosa.
Qualcosa che ha permesso al benessere di fiorire.
E questo, per me, sarebbe già moltissimo.
Elena Pontini
CON BRIO! 😉
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