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IL CANTO DEL NOME

  • Immagine del redattore: Elion Elena Pontini
    Elion Elena Pontini
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 18 ore fa


Cantare per onorare


Nella vita quotidiana pronunciamo continuamente i nomi delle persone.

Chiamiamo qualcuno perché vogliamo attirare la sua attenzione. Perché dobbiamo dirgli qualcosa. Perché vogliamo comunicare un pensiero, porre una domanda, chiedere un’informazione, fare un gesto.

Il nome, quindi, viene usato con uno scopo preciso: dietro c’è una necessità.

C’è qualcosa da ottenere, da comunicare, da scambiare.

Nei riti religiosi, invece, accade qualcosa di molto diverso.

In molte tradizioni spirituali il nome della divinità viene cantato, ripetuto, invocato non perché debba “servire” a qualcosa nel senso quotidiano del termine, ma per essere onorato.

Si sottolinea la preziosità in questo modo. E qui cambia completamente l’intenzione.

Non si chiama per ottenere una risposta, ma si canta per dare valore, perrendere nobile, per riconoscere.

Ed è proprio da questa differenza che nasce il Canto del Nome.


Che cosa accade se cantiamo il nostro Nome?


Non per chiamarci.

Non per identificarci.

Non perché qualcuno debba risponderci.

Non perché il nostro nome debba essere utile.

Ma semplicemente per onorarlo.

Il nostro nome ci accompagna durante la vita. È la parola alla quale, pronunciata, ci voltiamo. Quella che riconosciamo immediatamente anche in mezzo a molte altre.

La sentiamo migliaia e migliaia di volte, durante gli anni che viviamo su questa terra.

E quasi sempre arriva dall’esterno, dagli altri.

Qualcuno pronuncia il nostro nome e noi rispondiamo.

Nel Canto del Nome accade una cosa diversa.

Siamo noi a chiamarci per incontrarci, riconoscerci, onorarci, potenziarci.


Onorare senza chiedere nulla


Questa è forse la parte che trovo più preziosa del Canto del Nome.

Per una volta non c’è niente da ottenere.

Non c’è una prestazione da raggiungere.

Non c’è qualcuno da convincere.

Non c’è un risultato da dimostrare.

Non c’è nemmeno bisogno di cantare “bene”.

Si offre semplicemente attenzione al proprio Nome.. energia.. presenza.

Il nome viene cantato con cura, rispetto, calma.

E, in questo modo la vibrazione che percepiamo attraverso il corpo ci trasmuta.


Cosa accade nel corpo?


La vibrazione che percepiamo attraverso il corpo ci trasmuta. Questa è la parte che non mi interessa anticipare troppo.

Ma voglio evitare di spiegare troppo, perchè il Canto del Nome non nasce per essere capito prima. Nasce per essere vissuto.

Ogni persona può vivere qualcosa di diverso. Una sensazione fisica, un'emozione, una resistenza, un'apertura.

Una parte del nome che arriva con facilità e un’altra che sembra chiedere più spazio.

A volte emerge leggerezza. A volte forza. A volte commozione. A volte semplicemente silenzio.

Non è necessario interpretare immediatamente tutto.

Il corpo non ha sempre bisogno di essere tradotto.

A volte ha bisogno soltanto di essere ascoltato e vissuto.


Liberare la voce


Quando si lavora con la voce accade spesso qualcosa di molto interessante.

Liberare un suono non riguarda soltanto il suono.

La voce è profondamente legata alla possibilità di esprimersi.

E quindi lasciare uscire la propria voce può assumere anche un significato simbolico molto più grande.

Significa concedere spazio al proprio talento, al proprio sentire, alle proprie idee e alla creatività. Alla parte di noi che magari ha imparato per anni a ridursi per non disturbare.

A ciò che desideriamo dire e non abbiamo ancora detto.

A ciò che desideriamo essere e non ci siamo ancora completamente permessi.


Cantare il proprio nome può diventare allora un gesto molto semplice e, nello stesso tempo, sorprendentemente potente:

mi riconosco.

mi ascolto.

mi permetto di esserci.


E se il proprio nome non risuona?


Non tutte le persone amano il proprio nome.

Non tutti si riconoscono nel suono che hanno ricevuto alla nascita.

A volte quel nome porta con sé una storia, un’associazione o semplicemente una vibrazione che non sentiamo nostra.

Non c’è nulla da forzare.

Il punto non è obbedire a una parola scritta su un documento.

Il punto è riconoscersi nel suono.

E allora può nascere una domanda ancora più profonda: qual è il suono che mi rappresenta davvero?

Forse sarà il proprio nome.

Forse un diminutivo.

Forse un altro nome.

Forse persino un suono che non appartiene a nessuna lingua.

Ciò che conta è diventarne consapevoli e trovarlo.


Il Nome come gesto di presenza


Il Canto del Nome non serve a diventare qualcun altro.

Fa quasi il contrario.

Toglie, per qualche momento, tutto ciò che abbiamo aggiunto.

Ruoli.

Professioni.

Definizioni.

Aspettative.

Prestazioni.

Rimane un Essere Umano.

Un corpo.

Un respiro.

Una voce.

E un Nome che lo rappresenta completamente.

E rappresenta tutto ciò che si permette di creare in questa esistenza terrena.


Elena Pontini

CON BRIO! 😉

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